sabato 16 aprile 2016

BOLOGNA 1983 : IL CASO ALINOVI


Esattamente un quarto di secolo fa, la sera del 15 giugno del 1983, era stato impossibile per i pompieri parcheggiare la loro vettura sotto le finestre aperte dell’appartamento al secondo piano di via del Riccio 7, abitazione di Francesca Alinovi. Era uno di quei giorni afosi e soffocanti in cui anche le pietre delle vecchie case e le colonne dei portici, a Bologna, sembrano trasudare come corpi vivi. A sollecitare l’intervento dei vigili del fuoco, dopo tre giorni di attesa ed ansietà, erano stati due vicini di casa ed intimi amici di Francesca Alinovi, il disegnatore Marcello Jori e sua moglie. Era dal pomeriggio di domenica 12 che Francesca, notissima critica d’arte e organizzatrice di mostre, oltre che insegnante al DAMS, aveva fatto perdere le sue tracce. Non si era presentata, lei di solito molto precisa con i suoi molteplici impegni, a vari appuntamenti di lavoro, né era stato possibile raggiungerla al telefono. In genere, quando i pompieri devono effettuare un simile intervento, è comprensibile che non ci si aspetti niente di buono. Ma la scena agghiacciante che si trovarono di fronte gli uomini penetrati nella casa di via del Riccio era di quelle che superano di gran lunga la più pessimistica delle previsioni.

La casa degli orrori
Nel salotto del piccolo appartamento Francesca Alinovi giaceva in una pozza formata dal suo stesso sangue, la testa nascosta da due cuscini. A mo’ di macabra firma, o di patologico congedo, completava l’orribile quadro una rosa di plastica rossa. Quello che videro i pompieri e poi gli agenti della squadra mobile di Bologna accorsi a via del Riccio, per quanto tremendo, non è ancora nulla rispetto all’orrore che si nasconde nel linguaggio — di necessità ferreo nelle definizioni e distaccato da qualunque emozione soggettiva — dell’autopsia. Un orrore che comincia dal numero delle ferite «da arma di punta e taglio» (forse un normale coltello da cucina) riscontrate sul corpo della vittima: ben quarantasette distribuite tra il volto, il torace, il collo, e le braccia impiegate in un estremo tentativo di difendersi. Ma c’è qualcosa di peggio che emerge dal referto: quasi nessuna di queste innumerevoli ferite può essere considerata mortale. Nella maggior parte dei casi, la lama, o meglio la sua punta, era penetrata di pochissimo (circa un centimetro) nel corpo della vittima, come per lasciarle tutto il tempo, in un gioco più crudele della stessa violenza, di rendersi conto di quello che le stava succedendo. Alla fine, un colpo al collo danneggiò la giugulare, e Francesca morì di una specie di edema, soffocata dal suo stesso sangue e forse dai cuscini che la coprivano.

L’amante assassino
Nata a Parma nel 1948, Francesca Alinovi non aveva ancora trentacinque anni al momento della morte. Le indagini della squadra mobile e del magistrato incaricato furono eccezionalmente rapide, se si pensa che sono bastati pochi giorni per arrivare all’arresto di colui che, per lo stato italiano, è il responsabile (senza complici) del delitto: il pittore pescarese Francesco Ciancabilla, all’epoca dei fatti un ragazzo di ventitré anni, legato alla Alinovi da un rapporto intricato e contraddittorio, che durava già da un paio d’anni tra crisi, riconciliazioni, litigi anche violenti. Oggi Ciancabilla è un uomo libero, che ha pagato il suo debito con la giustizia (quindici anni per omicidio preterintenzionale) dopo aver trascorso da latitante una decina d’anni tra Brasile e Spagna. Assolto in primo grado, quando il vecchio codice penale ancora contemplava l’«insufficienza di prove», non ha mai smesso di dichiararsi innocente.

Quelle strane telefonate
In realtà, è stato un cumulo di indizi, più che una prova vera e propria, ad inchiodare l’imputato a partire dal secondo grado di giudizio. È rimasta famosa una frase dell’avvocato difensore: tante mele non fanno un melone. Ma queste «mele», vale a dire gli indizi incapaci di dar luogo al «melone» di una certezza indiscutibile, formano uno dei capitoli di questa tragica storia più capaci di accendere la passione dei cultori di gialli. Nell’elenco rientrano un orologio a carica automatica, innescata dal semplice movimento del polso; una misteriosa scritta in cattivo inglese trovata sulla finestra del bagno e vergata con una matita da trucco; una serie di telefonate nelle quali Francesca, via via che le ore del pomeriggio di quella maledetta domenica scorrono inesorabili verso l’ora della morte, appare sempre più triste o turbata; un pizzico di cocaina; un asciugamano scomparso; un paio di occhiali da sole… Ho elencato alla rinfusa fatti e circostanze rivelatisi fondamentali assieme ad altri che invece sono risultati del tutto inessenziali. Il fatto è che una storia, qualunque storia, per colpire a così vasto raggio il cuore e l’immaginazione, trascina con sé, come fosse un fiume in piena, le verità più positive e le illazioni più futili, il sublime e il triviale, ciò che ci appare del tutto estraneo e ciò che invece riconosciamo, anche se non vorremmo, simile a noi. Tutto rimescolando in una specie di organismo narrativo ibrido, ormai né vero né falso. In quanto mito sociale e psicologico, ciò che chiamiamo la cronaca nera ha una vita ben differente dagli itinerari dei processi, con i loro gradi giudizio — ed è addirittura inutile ricordare quanto la confusione di questi piani è perniciosa. Di un giudice che ragionasse come un giallista, ci sarebbe poco da fidarsi, insomma, e viceversa. Più ambiguo, necessariamente, è il ruolo, letteralmente intermedio, del giornalista, che lavora sui fatti in quanto tali, ma è pure costretto, più o meno consciamente, a servirsi di schemi narrativi che garantiscano (fin dai titoli) efficacia al suo racconto. Ma le cose del mondo vanno così: in una prima fase (che può durare anni, come nel caso Alinovi) da un qualunque fattaccio si spremono indagini, e poi sentenze. Ma poi, chiusi i faldoni e archiviate le testimonianze e le perizie, quei fatti, quegli eventi ridotti alla consistenza di fantasmi, continuano a vivere nella memoria collettiva, e magari nella fantasia degli artisti, non più per determinarne la verità, ma per ricavarne una morale. E se anche fosse fondata su un errore giudiziario, la storia che si presta a questa ulteriore ricerca di senso, la storia del tragico amore (amour-passion, dicono i francesi) di Francesca Alinovi e Francesco Ciancabilla non sarebbe per questo meno degna di meditazione.

Il diario di una donna di talento
Bella, intelligente, coraggiosa nelle sue scelte Francesca è stata, non c’è dubbio, una persona eccezionale, dotata di un autentico carisma. A dispetto della brevità della sua vita, ha fatto a tempo a lasciare molte tracce del suo talento. Nata quasi alla metà esatta del suo secolo, ne condivideva l’amore per il nuovo, l’intentato, l’avanguardia. Aveva studiato a fondo il Dadaismo, la fotografia sperimentale nel suo incrocio di illusione e realtà, l’arte della performance. Aveva perlustrato a fondo le periferie di New York sulle tracce del talento dei nuovi graffitisti, quando Keith Haring e Basquiat erano praticamente degli sconosciuti. Amava Kerouac, il cinema più visionario, la poesia come forma ultima del destino umano. Si può essere figli del proprio tempo e insieme individui singolari, irripetibili. Un certo grado di fragilità emotiva, e una innata propensione ai legami difficili e alla deriva sentimentale, anziché sminuire, completano e definiscono ulteriormente il carattere di Francesca. Qualcosa, in questo senso, si ricavava già dalle testimonianze rese dagli amici a polizia e magistrati, ai tempi dalle indagini. Da pochi mesi, però, è a disposizione di tutti un documento eccezionale, contenuto nell’ultimo capitolo del libro che Achille Melchionda, l’avvocato di parte civile della famiglia Alinovi, ha scritto ricostruendo, dal suo punto di vista privilegiato, l’intera vicenda (Francesca Alinovi: 47 coltellate, Edizioni Pendragon). Si tratta del diario, contenuto in tre quaderni, che Francesca scrisse durante gli ultimi anni della sua vita, a partire dall’autunno del 1980. Le annotazioni si interrompono a poche settimane dalla morte, e sono tutte caratterizzate da quel singolare miscuglio di intelligenza ed emotività, apertura al prossimo e senso di solitudine, al quale accennavo. Ovviamente, noi leggiamo questa testimonianza alla luce del terribile destino di chi, giorno per giorno, l’ha scritta. Ma chi può dirsi sicuro di non conoscere, almeno in modo inconscio o puramente simbolico, il proprio destino? Ricorre spesso, nelle prime pagine del diario, una specie di ossessione, quella di essere già morta senza accorgersene, come accade al protagonista di un famoso racconto di Lernet-Holenia, «Il barone Bagge». Anche l’abbassamento della vista potrebbe essere un indizio in tal senso: «Ai morti si chiudono gli occhi», riflette infatti Francesca, quando rimangono «rigidi e sbarrati» (come quelli, aggiungiamo noi, di tante vittime di morte violenta). Spinosi e caratterizzati da una sorta di sindrome dell’impossibilità i rapporti con gli uomini, e con grande acutezza introspettiva, le tante soddisfazioni ricevute dal lavoro vengono interpretate come «compensazioni affettive».

Amore a prima vista
E arriviamo al 21 febbraio del 1981, il giorno del primo incontro con Francesco Ciancabilla. È un innamoramento a prima vista per quel ragazzo più giovane di una decina d’anni, un amore «romantico, pittoresco», «da racconti di Pasolini». Una passione al cui scoccare non è estraneo un fortissimo sentimento di identificazione, come se Francesca, suggestionata anche dall’identità di nome con Francesco, si fosse imbattuta in una versione maschile di sé («assomiglia a me bambina, zingaresca e scalza sulla spiaggia di Forte dei Marmi»). Da questa fatidica data, i diari seguiranno fino alla fine il copione universale dell’amore-come-calvario, della passione come malattia, quasi che Francesca si sia trasformata, sulle tracce del suo supposto alter-ego, in una specie di eroina romantica, di Adele H vagante tra i corridoi del DAMS e le gallerie d’arte di Bologna e New York. I litigi sono sempre più spesso violenti. Ma il fatto che più fa soffrire Francesca è la castità che l’altro ha imposto al rapporto, fonte di frustrazione e di infiniti sospetti. Ma c’è una cosa sulla quale Francesca, così lucida anche nello smarrimento, sembra non aver riflettuto abbastanza: Francesco è un aspirante pittore, alla ricerca di un riconoscimento. E dall’altro lato c’è lei, famosa e rispettata. Quando un critico non si limita (come in genere fanno gli accademici) a ricamare sul già noto, ma rischia alla ricerca di nuove personalità, si può dire senza esagerare che si prende una responsabilità tremenda. Attribuendo un talento a qualcuno, si collabora a una specie di seconda nascita, finendo per usurpare un ruolo materno. E se ogni vittima prima o poi finisce per compiere un errore fatale di valutazione, io credo che l’errore di Francesca sia stato l’aver sottovalutato questo aspetto fondamentale di quel legame che tanto la impegnava e tanto la faceva soffrire. In ogni mestiere ci sono dei rischi tipici della professione: quello del critico (e soprattutto, direi, del critico d’arte) consiste, nel momento in cui «scopre» qualcuno, nel formare dal nulla un destino, un’identità. Le eterne favole nere del Golem e di Frankenstein (per non parlare del vecchio Edipo !) stanno lì a dimostrare i pericoli che si annidano in quello che in apparenza è il più nobile, il più generoso dei gesti: essere responsabili, creare e plasmare la vita degli altri. Ai tempi dei processi, quando avidamente leggevo sui giornali ogni novità sul delitto di via del Riccio, ricordo che il dettaglio che mi aveva più colpito (e ho ritrovato nel libro dell’avvocato Melchionda) è una frase pronunciata dalla madre (quella vera) di Ciancabilla, nel legittimo intento di fornire un argomento per la difesa di Francesco: «L’aveva creato lei, come avrebbe potuto ucciderla?». Ebbene, questa domanda dettata dal buon senso è terribile come tutto ciò che esprime una verità in modo del tutto involontario. E credo che stia lì tutto il sugo della storia, o almeno della storia che le indagini e i processi hanno consegnato alla nostra memoria. Proprio perché lo aveva creato, infatti, avrebbe potuto ucciderla. E certo, non voglio con questo dire che i critici, e in generale gli scopritori di giovani talenti, farebbero tutti bene a togliere il loro nome dal citofono, o dotarsi di potenti antifurti e guardie del corpo. Ma a tutto ciò che esplode in un parossismo di violenza e di orrore corrispondono, in una data società, sentimenti affini, molto più diffusi anche se del tutto innocui. È per questo che la cronaca nera è la parte del giornale che, oscuramente, riguarda un po’ tutti. E se non proprio tutti, tanti potrebbero testimoniare, guardando un po’ a fondo nella propria coscienza, che fardello intollerabile sia quello della gratitudine, e a quali innominabili desideri si accompagni. Il pericolo, bisogna aggiungere, non sta mai nella natura umana in sé, ma nel fare finta che certe cose, sgradevoli e intollerabili solo a pensarle, non esistano.Caso Alinovi, il segreto in quel diario
Il 15 giugno 1983 Francesca viene uccisa. Pochi giorni dopo l'arresto del pittore Ciancabilla. Oggi è libero

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Da otto anni ha finito di saldare i conti della giustizia (si è sempre professato innocente). "Ricomincio da zero, non all'ombra di Francesca", dice seduto al bar vicino al luogo scelto per l'esposizione One Hundred Women, che si inaugura venerdì 23 alle 19 e va avanti fino alle 23 e poi il giorno dopo per tutta la Notte Bianca dell'Arte.
Il ritratto di Francesca è un contrasto in verde-nero: "L'ho ricavato da una fotogramma che mi è rimasto di un film che non concludemmo e di cui si è perduta ogni traccia. Si chiamava Vacanze romane, Francesca qui appare immersa nell'acqua, perché nel film era un essere che aveva sempre bisogno di acqua".
Il luogo che ospita è il laboratorio di restauro di Camillo Tarozzi, Mauro Pasqualicchio e Nicola Giordani, in un anonimo cortile della via della movida, al numero 23. "Non abbiamo fatto pubblicità, non abbiamo certo puntato a sfruttare il ricordo di Francesca", interrompe Luca Ciancabilla, docente d'arte, cugino dell'artista, direttoredellamostra. Un-derstatement, solo qualche manifestino incollato sui vetri dei locali intorno, un laboratorio di restauro per una mostra è una location minimalista, con gli arredi ancora da spostare per far posto alle tele: "Profilo basso, Francesco ricomincia da zero, vediamo che succede. Certo, qui a Bologna sapevamo benissimo che la scelta di esporre avrebbe suscitato reazioni, diffidenza. Speriamo che a vedere la mostra venga qualche figura importante dell'arte contemporanea".
Ciancabilla ha oggi 55 anni. "A Bologna ho esposto l'ultima volta nell'86, in una collettiva a Palazzo Re Enzo. Prima ricordo altre mostre, una con Francesca alla galleria Neon di Gino Gianuizzi, che poi avrebbe lanciato Maurizio Cattelan". Francesco sorride al ricordo di quando era un artista "enfatista", nome del movimento coniato dall'Alinovi. 
"La storia vera di come nacque la parola è che Francesca scrisse 'euforina' col pennarello su un palloncino e me lo diede scherzando, 'è una nuova droga, provala', e tra le risate si arrivò di parola in parola a 'enfatia', 'enfatismo', l'enfasi di una nuova arte. Chissà, forse sono ancora davvero enfatista. Poi lei diede una veste filosofica al tutto, anche sul mio sito c'è un suo testo". Ventotto anni dall'ultima mostra a Bologna, "credo di essere di nessun luogo, ma se dovessi scegliere direi Bologna".
Ciancabilla fece anche esposizioni in Brasile, era stato anche fotografo in Afghanistan. Un lungo vuoto artistico invece durante il periodo della latitanza in Spagna, dove poi venne arrestato. Torna sulla condanna per l'omicidio: "Oggi con le tecniche investigative non ci sarebbero prove.
 Mi hanno dato in appello dodici anni per un omicidio dopo essere stato assolto in primo grado. Assurdo, ancora devo capire perché una pena così bassa". 
Poi il pensiero ancora a Francesca: "Era una grandissima persona, quello che provo lo tengo per me. È morta giovane e quando si muore giovani si rimane belli per sempre, com'è quel detto in inglese? Sì, credo Francesca Alinovi viva nel mito, come Diana, come tanti grandi del rock".

Francesca Alinovi
Francesca Alinovi (Parma, 28 gennaio 1948 – Bologna, 12 giugno 1983) è stata una critica d'arte, curatrice e ricercatrice universitaria italiana.

Carriera accademica
Si laureò in lettere all'Università di Bologna con una tesi di storia dell'arte su Carlo Corsi discussa con Francesco Arcangeli. Successivamente si perfezionò con Renato Barilli occupandosi di Piero Manzoni, di Lucio Fontana e dello Spazialismo. Divenne poi ricercatrice di ruolo presso il DAMS di Bologna. Gli interessi di Francesca Alinovi si concentrarono più che altro sulla storia delle avanguardie e sulle contaminazioni tra le varie arti: pittura, teatro, scultura, musica, ecc. Fu sempre molto attenta al panorama artistico a lei contemporaneo diventando una sorta di "talent scout" di artisti italiani e organizzando numerose mostre ed eventi culturali, tra cui:

Pittura Ambiente, Milano, Palazzo Reale, 1979
I Nuovi Nuovi, Bologna, Galleria Comunale d'Arte Moderna, 1980
Italian Wave, New York, Holly Solomon Gallery, 1980
Gli Anni Trenta (sezione fotografica), Milano, Palazzo Reale, 1982
Registrazione di Frequenze, Bologna, Galleria Comunale di Arte Moderna, 1982
L'informale in Italia, Bologna, 1983
Una generazione post-moderna, Genova e Roma, 1982-1983.
Inoltre dal 1977 al 1982 Francesca Alinovi curò le Settimane Internazionali della Performance gestite dall'assessorato alla cultura di Bologna.

Il delitto
Francesca Alinovi fu uccisa, presumibilmente nel tardo pomeriggio del 12 giugno del 1983, nel suo appartamento di Bologna. Il delitto venne attribuito, con sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Bologna confermata dalla Corte di Cassazione, a Francesco Ciancabilla, un giovane pittore residente a Pescara con cui la donna aveva instaurato una relazione sentimentale travagliata che durava da due anni.

Rilevanza mediatica del "caso Alinovi"
Il "caso Alinovi" ebbe rilevanza mediatica durante gli anni ottanta ed in parte durante gli anni novanta, grazie ad alcune trasmissioni televisive che ne approfondirono i tragici risvolti, come Telefono giallo di Corrado Augias e Mistero in Blu di Carlo Lucarelli. Un film tv della serie Don Tonino del 1988, con Gigi Sammarchi e Andrea Roncato, fu chiaramente ispirato al "caso Alinovi", sposando implicitamente una suggestiva soluzione della vicenda (episodio Delitto ad arte).
Chiari riferimenti alla vicenda sono contenuti anche nel romanzo dello scrittore noir Massimo Carlotto, nel libro La verità dell'alligatore del 1995, con riferimento alla morte del personaggio letterario di Piera Belli. Benché l'autore proponga - anche in questo caso implicitamente - una ricostruzione alternativa del delitto Alinovi, il contesto del libro e lo stesso personaggio letterario non hanno a che vedere con la realtà storica del delitto della docente bolognese. Le opere indicate hanno dunque sollevato dei dubbi in ordine alla responsabilità di Francesco Ciancabilla, il quale si è sempre dichiarato estraneo al delitto, non portando tuttavia alcun riscontro concreto in grado di superare gli accertamenti giudiziari.
La revisione del processo, richiesta a cadenza costante dai difensori di Ciancabilla, è sempre stata rifiutata dalle corti competenti, non sussistendo elementi di prova idonei a smentire il costrutto accusatorio, ribaltando gli esiti delle indagini condotte dagli inquirenti negli anni ottanta. Ha suscitato parecchio interesse mediatico anche la coincidenza che tra il 1982 ed il 1983 sono state assassinate altre tre persone legate al DAMS di Bologna: Angelo Fabbri (31 dicembre 1982), assistente universitario; Liviana Rossi (luglio 1983), studentessa; Leonarda Polvani (29 novembre 1983), ex studentessa che aveva da poco ripreso gli studi. I delitti Fabbri e Polvani sono a tutt'oggi insoluti; per il delitto Rossi è stato condannato nel 1988 il sospetto colpevole.

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STORIE MALEDETTE

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Ciancabilla mette in mostra la Alinovi. L'ira della sorella: "Come osa sfruttarla ancora?"Ciancabilla mette in mostra la Alinovi. L'ira della sorella: "Come osa sfruttarla ancora?"
Delitto del Dams, 32 anni fa l'assassinio della critica d'arte. Oggi "Frisco", condannato per l'omicidio ma che da sempre si proclama innocente, espone in via del Pratello i suoi ritratti e anche la sua vittima: "Ha fatto parte della mia vita"

BOLOGNA - Francesco Ciancabilla è tornato a Bologna. L'uomo che per la giustizia è il colpevole dell'omicidio di Francesca Alinovi, la critica d'arte e docente del Dams uccisa a pugnalate 32 anni fa, ha inaugurato l'altro ieri una mostra in via del Pratello, "One Hundred Women": una trentina di ritratti dipinti con la tecnica dello spray su tela, tra i quali figura anche lei, Francesca. Una scelta, quella di "Frisco" (che da sempre si proclama innocente) che ha fatto rumore e diviso una città intera. E che ha scatenato la reazione di Brenna, la sorella di Francesca: "Con quale coraggio quell'uomo parla ancora di lei? Come osa sfruttarla ancora?". 
L'esposizione è stata inaugurata il 23 gennaio, mentre tutta Bologna era in fermento per Arte Fiera. Sabato, durante la Notte bianca che ha riempito palazzi e musei, anche le opere di "Frisco" potevano essere ammirate fino a tarda sera: trenta dipinti realizzati con la tecnica dello spray acrilico su tela e l'aiuto del nastro adesivo. In particolare ritratti di donne. Anche quello di Francesca Alinovi. 
"È anche lei una donna della mia vita, un'amica e un critico d'arte come non ne ho mai conosciuti. Quel ritratto non vale più degli altri che espongo, non è il fulcro della mia esposizione. Lei è solo una delle tante donne che per qualche minuto, o per una vita intera, hanno segnato la mia esistenza. E che lei abbia segnato la mia esistenza è ovvio, mi hanno anche accollato il suo omicidio. Se fosse viva sarebbe la prima a difendermi" assicura Frisco in un'intervista a Repubblica. 
Ma Brenna non ci sta. E come riporta il quotidiano "La Gazzetta
 di Parma", si sfoga: "Non mi sorprendo che sia risaltato fuori. Già l'anno scorso a Bologna, durante un incontro, i colleghi di Francesca mi avevano informato del fatto che Ciancabilla avese cominciato a rifarsi vivo nell'ambiente. Mia sorella è morta da 32 anni, lui adesso fa la sua vita, le sue mostre...Fa bene, se c'è qualcuno che gli compra i quadri. E io sono qui a macinare ricordi. Cosa posso dire di più? Cosa posso fare d'altro?". 

Alinovi quel delitto mai chiarito
Ventiquattro, piccole, coltellate. Una mortale, al collo. Sono le 19 di mercoledì 15 giugno 1983: una squadra di vigili del fuoco di Bologna si prepara ad entrare nell'appartamento di via del Riccio 7, nel cuore della città, un passo dal Pci (ora Dams, guarda caso). Da tre giorni chi ci abita non dà notizie di sé. Finalmente entrano in quella casa al secondo piano. Vedono una donna a terra. È Francesca Alinovi. Critica d'arte, insegnante di estetica al Dams. Un cervello vivace, grandi intuizioni. Sta lavorando ad un progetto internazionale. È strana, dark, ciuffo nero ribelle. Un gran bel tipo. È stata uccisa con un piccolo coltello. Trafitta da 47 colpi, uno solo mortale, alla giugulare. È vestita come se stesse per uscire e sopra il volto ha due cuscini. Sotto la testa una pozza di sangue. L'appartamento è in ordine, non ci sono segni di lotta. Chi l'ha uccisa la conosce e lei si fida a farlo o a farla entrare. Unico indizio, una frase sgrammaticata, in inglese, scritta con una matita rossa sullo specchio del bagno che dice pressappoco: «comunque non sei sola». Ha a che fare col delitto? L'Ha scritta l'assassino o l'assassina? La perizia autoptica fa risalire la morte a tre giorni prima. Al polso della vittima un Rolex automatico fermo ad una certa ora. Che prima viene interpretata in un modo e poi in un altro. Le indagini partono subito e qualcuno affaccia anche l'ipotesi di un serial killer, l'assassino del Dams. Qualche tempo prima erano avvenuti altri strani omicidi rimasti insoluti, legati in un qualche modo alla nuova facoltà. Ma quasi subito l'indagine prende la strada del giovane allievo-amante: Francesco Ciancabilla, 12 anni in meno della trentacinquenne Alinovi. Francesco è un promettente pittore di Pescara (secondo la stessa Alinovi) e suo studente. Quasi un suo alter ego maschile, scriverà poi nel diario la Alinovi: «Assomiglia a me bambina, zingaresca e scalza sulla spiaggia». Poco amato dagli amici della critica, Ciancabilla ha una personalità ed un'affettività contorte, gli capita di avere scoppi d'ira e improvvise tenerezze. Di certo è un insicuro e trova in Francesca una compagna, maestra, sodale, un riferimento anche affettivo. Una specie di faro per la vita artistica e personale. Ciancabilla ha anche qualche problema di tossicodipendenza. E sembra l'imputato predestinato. Un presunto sadico gioco amoroso, con 47 coltellate lievi. Tranne una. Un gioco andato oltre… Come una sublimazione perversa di un atto sessuale che non si riesce a compiere. Ammette di essere stato con l'Alinovi fino alle 19.30 di domenica, il giorno in cui è stata uccisa. Ma quell'ora diventa l'indizio principale perché l'esame autoptico fa risalire la morte a domenica tra le 17 e mezzanotte. Anche il Rolex della critica d'arte diventa un indizio per un po': è fermo alle 5.12 del 14 giugno (mattina, pomeriggio?) e i periti stabiliscono che potrebbe essere fermo dalle 18 e 12 minuti della domenica in cui è stata uccisa, prima dunque delle 19.30, ora in cui Ciancabilla sarebbe uscito da via del Riccio. Arrestato e processato il ragazzo viene assolto. È il 31 gennaio 1985. Insufficienza di prove. In appello, due anni dopo, sentenza rovesciata: 15 anni per omicidio volontario più tre anni in casa di cura. Ma lui non c'è più. Fugge. Lo riprendono in Spagna nel 1997 a sentenza definitiva già deliberata: 12 anni per omicidio preterintenzionale. Nessuno, però, ha approfondito la materia degli indizi a favore di Ciancabilla: uno è l'interruttore sporco di sangue. Alle 19.30, a giugno, c'è ancora luce e forse l'assassino ha spento la luce più tardi prima di uscire e dopo che Ciancabilla è uscito. Francesco, poi, non aveva alcuna macchia di sangue sui vestiti: anche questa è una stranezza con tutti quei piccoli colpi inferti sul corpo riverso della donna. Molti si sono chiesti se non vi fosse davvero una pista alternativa? Perché mai Francesco avrebbe dovuto uccidere la sua «gallina dalle uova d'oro», la sua scopritrice, la sua sostenitrice? Non c'era davvero nessuno in quell'ambiente così arrabbiato con Francesca per la sua storia con quel ragazzo strano? Ci fu, è vero, una flebile pista che portò ad un artista trentino che ammise di aver scritto quella frase sullo specchio del bagno della Alinovi. Un artista deluso perché si aspettava che la critica d'arte lo aiutasse, cosa che invece non avvenne. Ma quel 12 giugno era a Trento, sostennero due testimoni. Anche se una più recente testimonianza avrebbe potuto riaprire il caso. O lo potrebbe riaprire. Francesco ora è libero. Ma ancora esistono, si leggono su vari blog, innocentisti e colpevolisti, tesi e contro tesi. Non è mai stata concessa una revisione del processo. E molte cose appaiono strane ancora oggi. Ma forse è l'ora di chiudere il caso.

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BOLOGNA 1983 : IL CASO ALINOVI

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1996 : LA RAPINA ALLE POSTE  DEGLI UOMINI D'ORO,UN GIOCO DA BAMBINI HORROR TRA TORINO,TIRANA E BOLIVIA
ANNI DI PIOMBO : CALENDARIO DI UN ASSEDIO / ASSASSINI,BOMBE,MORTI E VITTIME ANNO PER ANNO - ITALIA 1969/2003 1a PARTE
MILANO 1966/1967 : LA ZANZARA,BARBONIA E ALTRE STORIE Di Simona Siri e Carlo Bo
GLI ANNI DI LOTTA CONTINUA di Claudio Rinaldi
http://helaberarda.blogspot.it/2011/12/gli-anni-di-lotta-continua.html
IMMAGINI DAL 1977 / Seconda Parte Da 70 GLI ANNI IN CUI IL FUTURO INCOMINCIO' 
http://helaberarda.blogspot.it/2012/04/immagini-dal-1977-seconda-parte.html
IMMAGINI DAL 1977
http://helaberarda.blogspot.it/2012/03/immagini-dal-1977.html
MILANO 1976 : DELITTO FREDDO,IN PRATICA SENZA MOTIVO Di Sandro Ottolenghi,Giorgio Gabbi,Duilio Pallottelli e Claudio Serra
http://helaberarda.blogspot.it/2012/09/milano-1976-delitto-freddoin-pratica.html
1968 : DICIOTTO UOMINI DA BARRICATA Di Telesio Malaspina 
LO SCRIGNO NERO DELL'AGINTER PRESSE Di Corrado Incerti 
MORTE NIENT'AFFATTO ACCIDENTALE DI UN PORTINAIO 
Di Giuliano Ferrieri
http://helaberarda.blogspot.it/2012/04/morte-nientaffatto-accidentale-di-un.html
PERCHE' HANNO UCCISO OCCORSIO  Di Sandro Ottolenghi
IL CASO BEAUREGARD  Di Marco Travaglio
ADRIANA FARANDA : LETTERE D'AMORE DAL CARCERE Di Sabina Fedeli 
http://helaberarda.blogspot.it/2012/12/adriana-faranda-lettere-damore-dal.html
COMUNICATO N.XYZ : CURCIO LIBERO FRANCESCHINI STOPPER Di Barbara D'Urso e Priscilla Benedetti 
http://helaberarda.blogspot.it/2012/10/comunicato-nxyz-curcio-libero.html
IL CASO LUDWIG Di Valerio Evangelisti
PIETRO CAVALLERO IL BANDITO CHE RINNEGO' IL MITRA Di Piero Colapric
http://mondopopolare.blogspot.it/2013/05/pietro-cavallero-il-bandito-che-rinnego.html
ESTREMA DESTRA 1976 : IO,RAGAZZA DI SAN BABILA Di Massimo Fini
LE BOMBE E I CODICI : IPOTESI EMME / LA REPUBBLICA DEGLI ERMELLINI Di Giorgio Galli,Massimo Caprara e Alberto Dall'Ora
LA MISTERIOSA MORTE DI MAURO BRUTTO : GIALLO IN CRONACA Di Serena Romano
L'ASSALTO IN PIAZZA SAN MARCO DEL 1997 : GENERALE DELLA SERENISSIMA Di Marcella Andreoli e Gianni Baget Bozzo
LA MUTAZIONE RADICALE Di Giorgio Galli
FIAT 1980 : FUORI DALLA PORTA 3 DI MIRAFIORI Di Stefano Bocconetti
TERRORISMO 1977 : QUANDO IL SILENZIO E' D'ORO
PLAYBOY INTERVISTA SANDRO PERTINI Di Olga Bisera
ADRIANA FARANDA : LO AMMETTO ANCH'IO HO CAMBIATO BANDIERA Di Claudio Sabelli Fioretti
COMUNISTI : I BIANCHI SONO PEGGIO DEI ROSSI Di Giovanni Guareschi
RAGAZZI DI STADIO Di Daniele Segre
LA RIVOLTA UNGHERESE DEL 1956
POLITICI ITALIANI E TRANS :IL CASO MORGANA Di Vivi Zizzo B.
http://mondopopolare.blogspot.it/2013/06/politici-italiani-e-trans-il-caso.html
1946  : GLI OCCHI DI RINA FORT
MONACO 1972 : IL GIORNO DEGLI SCIACALLI
The BLACK PANTHERS
SELMA ALABAMA 1965 : CHARLES MOORE E ALTRI FOTOGRAFI DOCUMENTANO LE PRIME MARCE DI PROTESTA NERA INCLUDING VIOLA LIUZZO TRIBUTE
LI CHIAMAVANO FRATELLI MA LI FUCILAVANO Di Lorenzo Del Boca 
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