martedì 7 febbraio 2017

LA STELLA DI PIAZZA GIUDIA / CELESTE DI PORTO : PANTERA NERA NAZISTA


Celeste Di Porto, l'ebrea che vendeva gli ebrei
Celeste Di Porto (Roma, 29 luglio 1925 – Roma, 13 marzo 1981) è nota per essere stata durante il periodo della occupazione nazista di Roma una famosa collaborazionista dei tedeschi, pur essendo ebrea lei stessa. Celeste nasce nel 1925 a Roma, nel ghetto ebraico. È a detta di tutti una ragazza bellissima e spregiudicata. Di umili origini, è costretta già da adolescente a lavorare per sbarcare il lunario, accettando lavori umili: la domestica o la commessa presso altri suoi correligionari residenti al ghetto. E' poi cameriera presso il ristorante "Il Fantino", di Piazza Giudia (da cui ottenne il suo secondo soprannome, Stella di Piazza Giudia), sempre all'interno del ghetto, rinomato per essere frequentato da una squadraccia fascista. Qui conosce il milite Vincenzo Antonelli, con il quale si dice abbia iniziato una relazione sentimentale fin dalla sua conoscenza, sebbene fosse già promessa sposa ad un altro ebreo del ghetto (in quel periodo era ancora uso all'interno della comunità ebraica romana combinare i matrimoni). La ragazza diventa nota sia per questa sua relazione, che in generale per l'amicizia con questo genere di personaggi (va sottolineato che dal 1938 in Italia erano in vigore le leggi razziali). Tuttavia fino all'8 settembre 1943 queste sue amicizie, sebbene ambigue, non furono altro che la base per le chiacchiere del popolo. Dopo l'armistizio, con l'occupazione di Roma da parte delle truppe tedesche, iniziarono i rastrellamenti della popolazione ebraica: su ogni ebreo consegnato dalla popolazione alla Gestapo vi era una ricompensa di 5.000 Lire (quasi lo stipendio annuo di un operaio). L'amicizia di Celeste con gli squadristi non solo la protesse, ma la fece diventare una attiva delatrice di suoi correligionari. Dopo il 16 ottobre 1943, giorno del rastrellamento del ghetto, collaborò alla cattura di numerosi ebrei, al punto di guadagnare il suo soprannome (Pantera nera), essendo noto ad ogni ebreo il "mestiere" di spia della ragazza, che all'epoca dei fatti era poco più che diciottenne. L'arresto più noto per "merito" della ragazza fu quello del pugile ebreo romano Lazzaro Anticoli, detto Bucefalo, che, arrestato dietro delazione della ragazza, realizzò nella sua cella del carcere romano di Regina Coeli un graffito in cui apertamente accusava Celeste Di Porto per la sua possibile morte. Ma il caso più eclatante fu a seguito dell'attentato di Via Rasella, in cui persero la vita 33 militari tedeschi, per la cui rappresaglia la Pantera nera segnalò i nascondigli di 26 ebrei, che furono fucilati nell'eccidio delle Fosse Ardeatine. Nell'elenco dei fucilati fu inserito anche Lazzaro Anticoli che, all'ultimo momento, sostituì nella lista di Kappler Angelo Di Porto, fratello di Celeste. La circostanza fa ben comprendere quale fosse la vera preoccupazione della Pantera Nera in quel frangente. Celeste si preoccupò anche di proteggere le amiche di infanzia con cui ancora aveva rapporti e i propri familiari, avvisandoli per tempo delle retate dei nazisti. Di lei faceva ancora più scandalo che in un ghetto ridotto ormai alla rovina, con oltre 2.000 cittadini romani deportati in Germania nei campi di concentramento e dopo il sequestro dell'oro perpetrato sempre dalle truppe d'occupazione, ostentasse la sua ricchezza, ottenuta tramite le taglie sugli ebrei e le regalie che riceveva da altre donne ebree in cambio del silenzio su di loro e dei propri congiunti. Quando il 4 giugno 1944 Roma viene occupata dalle truppe anglo-americane, Celeste fugge come molti altri collaborazionisti da Roma, dirigendosi a Napoli, dove le sue vicende non erano note come nel ghetto. Lì, sotto il falso nome di Stella Martellini (Stella era chiamata in famiglia per la sua bellezza, Martellini era un negozio ariano vicino al ghetto romano), per sopravvivere fa la prostituta in una casa d'appuntamento frequentata sia dalle truppe d'occupazione alleate, sia da gente comune. Tuttavia proprio a causa della sua attività, non è mai stato accertato se per casualità, incontra due ebrei del ghetto romano, che la riconoscono; occorrono le truppe alleate per salvare la ragazza dal linciaggio della folla inferocita. Viene portata in caserma ma stranamente dopo qualche giorno viene rilasciata. La Pantera nera si rifugia allora in un convento di suore di clausura a Perugia; nel frattempo conosce lungo la fuga il suo futuro marito, cattolico. Tuttavia, con uno dei "processi del secolo" del primo dopoguerra, la ragazza viene ri-arrestata e condannata a scontare 12 anni di carcere; il suo difensore Francesco Carnelutti affermò che il suo comportamento fu dovuto all'astio che si era creato tra lei e i popolani del ghetto, per come fu trattata da ragazza, sia per la sua bellezza e il suo fare disinibito per l'epoca, sia per le sue modeste condizioni economiche, che la costrinsero a lavori molto umili. Grazie all'indulto approvato nel secondo dopoguerra, ed alla successiva amnistia, Celeste sconta solamente 7 anni di pena. In carcere si convertì al cattolicesimo. Una volta uscita dal carcere andò a Trento a lavorare da una sarta molto brava e lì conobbe il figlio di lei, i due si innamorarono e si sposarono. 
Celeste morì nel 1981, senza che di lei si sapesse più nulla.

L' ebrea che vendeva gli ebrei
Lla chiamavano " Pantera nera " e faceva la spia di Kappler. fu l' incubo del Ghetto, quelli che lei salutava per la strada venivano subito arrestati. per la vergogna suo padre si consegno' alle SS Carcere di Regina Coeli, Roma, anno 1994. Sui muri della cella numero 306, Terzo raggio, incisa con un chiodo si legge (si leggera' ancora?) la scritta: "Sono Anticoli Lazzaro, detto Bucefalo, pugilatore. Si non arivedo la famija mi e' colpa de quella venduta de Celeste Di Porto. Rivendicatemi". Una tragica denuncia in poche righe. Anticoli fu arrestato il 23 marzo 1944 al mattino perche' era ebreo, nel pomeriggio di quel giorno scoppio' la bomba di via Rasella, il 24 venne assassinato alle Fosse Ardeatine. Uno dei 355 martiri. Vittima d' una donna ebrea divenuta per denaro spia e delatrice dei suoi correligionari, al servizio della Gestapo e della polizia fascista durante l' occupazione di Roma. Anticoli, un povero ragazzo del Ghetto, si guadagnava da vivere combattendo sui ring di terza categoria. Era sposato da poco e aveva una bambina. Quando andarono a prenderlo riusci' ad abbattere tre militi fascisti prima di essere trascinato in carcere. A denunciarlo era stata Celeste Di Porto, nota col soprannome di "Pantera nera" sia per la bellezza, sia per la spietatezza. Quella sera, nel suo ufficio di via Tasso, il colonnello Kappler stava compilando l' elenco dei 330 italiani di cui Hitler aveva chiesto la morte per rappresaglia all' attentato di via Rasella e alla strage dei 33 poliziotti tedeschi. Gli mancavano cinquanta nomi e li chiese al questore di Roma, Caruso. Costui, esitante, si rivolse al ministro degli Interni Buffarini Guidi, che gli rispose: "Daglieli, daglieli, se no chissa' cosa ci fanno...". Caruso racimolo' quanti piu' infelici pote' , ma non bastavano. Disse Kappler: "Allora trovate qualche ebreo". Caruso si rivolse a Celeste Di Porto e la Pantera Nera gliene forni' ventisei, tutti poi eliminati con un colpo alla nuca nel buio della cava, cinque per volta. Un' atroce sequenza durata fino a notte, mentre Kappler si intratteneva con i morituri in attesa di varcare quella soglia. Pantera Nera fu la vergogna e l' incubo degli ebrei romani che la vedevano passeggiare spavalda per le strade del Ghetto, col suo amante Vincenzo Antonelli, un agente della famigerata banda Bardi e Pollastrini, agli ordini della Gestapo e delle SS. Capirono presto che la loro vita era nelle sue mani: se la incontravano e lei accennava a un saluto, il loro destino era segnato. Subito due individui in borghese si lanciavano a prenderli e a trascinarli via. Li attendevano le torture, i vagoni piombati, i forni crematori dei lager. Bastava il riconoscimento della Pantera Nera, dunque erano ebrei; e lei per ogni "capo" (cosi' li chiamava) segnalato passava alla cassa e prendeva da cinquemila a cinquantamila lire, a seconda dell' importanza di chi aveva tradito. Nel 1943 Celeste Di Porto aveva 18 anni, abitava in via Reginella 2, ed era la piu' ammirata ragazza del Ghetto, alta, slanciata, nerissima di chiome e d' occhi, un gran petto e la consapevolezza del suo fascino. In famiglia la chiamavano Stella per la sua bellezza prorompente. Suo padre Settimio aveva un negozietto di merciaio e poteva permettersi in casa una cameriera ariana. Celeste era la quinta di otto figli. Il 16 ottobre 1943 vi fu la grande retata degli ebrei ordinata da Eichmann: i Di Porto la scamparono tutti miracolosamente. Settimio era andato a far la fila per le sigarette, la moglie Ersilia e i figli riuscirono a scappare per un' uscita posteriore. Andarono allora ad abitare in periferia, a Primavalle, ma da quel giorno, e da quello choc (se si vuol tentare una spiegazione psicanalitica per un tradimento a scopo di lucro) l' ebrea Celeste diventa la Pantera Nera: fa la sua scelta e passa al servizio dei tedeschi. Difficile dire quanto abbia influito il rapporto con l' Antonelli, feroce cacciatore di ebrei, disposto pero' a transigere quando si tratta dell' amante. E certo che Celeste si iscrive al fascio repubblicano e si offre alla Gestapo, a Kappler, al suo vice Priebke, per denunciare dall' interno gli israeliti a lei noti uno per uno, in cambio di denaro e della vita salva. E da quel mite ottobre romano la si vedra' battere il Portico d' Ottavia e le strade adiacenti, seguita da lontano dai tedeschi attenti ai suoi cenni; e da allora crescera' la cattura a colpo sicuro degli ebrei che osavano mostrarsi nelle strade contando di non essere conosciuti, ma ignorando, purtroppo, che a Celeste Di Porto non sarebbero sfuggiti. Quando cominciarono a capire, era troppo tardi. Almeno cinquanta di essi furono vittime della Pantera Nera, la spia, e quanto piu' nel Ghetto cresceva l' allarme e la paura, tanto piu' lei si mostrava spavalda e crudele, per denaro mando' nei lager perfino suo cognato Ugo Di Nola e suo cugino Armando Di Segni. Corse voce che seguisse gli arrestati fino nelle carceri di via Tasso e la' , per convincere i tedeschi di non aver sbagliato, facesse togliere i pantaloni agli uomini e mostrasse che erano circoncisi, la prova inconfutabile. Il periodo piu' fruttifero per la Pantera Nera fu quello successivo allo sbarco alleato ad Anzio. Pareva che gli americani potessero arrivare a Roma in pochi giorni, la strada era aperta. Gli ebrei finallora scampati presero coraggio, uscirono dai nascondigli. Celeste li coglieva specialmente nella zona di Campo dei Fiori, suo preferito territorio di caccia. Molti dei cinquanta che mando' nei forni li indico' la' , alcuni erano vecchi di 75 anni, altri ragazzini di 15. Lei giunse al punto di perversione di farsi consegnare da molti correligionari denaro e gioielli, cercavano di ottenerne il silenzio, sapevano del suo turpe commercio e speravano di blandirla offrendole quanto potevano. Celeste prendeva ogni cosa, prometteva. Poi andava negli uffici della Gestapo e denunciava gli infelici. Divenne il terrore di Roma. Dai convogli in partenza per il Nord con i vagoni piombati carichi di ebrei venivano gettati al vento bigliettini che la maledivano, accuse come quella di Lazzaro Anticoli, inviti a chi era sfuggito alla Pantera Nera di vendicarli, minacce di morte se un giorno ci fosse stato ritorno. Ormai chi fosse, cosa facesse, quale segreta volutta' di colpire gli appartenenti alla sua stessa razza spingesse Celeste Di Porto erano noti e palesi. Suo padre, distrutto dalla vergogna che quella figlia faceva ricadere su di lui, ando' , quasi per un' indiretta redenzione, a presentarsi ai tedeschi. Disse che era ebreo, fu spedito nei lager, mori' gasato a Mauthausen. Due fratelli furono anch' essi deportati, un terzo, per cancellare l' orrendo marchio familiare, si arruolo' nella Legione Straniera. Lei rimase a Roma anche quando i tedeschi se ne andarono, a sfida contro chi aspettava solo quel momento per fargliela pagare. Quando la folla dei parenti delle vittime corse sotto casa sua per trarne vendetta, lei si affaccio' beffarda alla finestra gridando: "Embe' , che volete? Ci ho gia' due alleati in camera, cercate d' annavvene". Pero' il rischio era troppo forte e allora si trasferi' a Napoli. Scelse una nuova identita' , si faceva chiamare Stella Martinelli, prostituta in una casa d' appuntamenti. Un giorno entrarono tre ebrei romani, la riconobbero e la denunciarono. Fu portata a Roma a Regina Coeli. Una prima volta evase, una seconda non le riusci' e dovette affrontare il processo nel 1947. Tento' di difendersi e non pote' quasi parlare. Il pubblico di ebrei e di parenti dei martiri le urlava il suo odio, piu' volte fu necessario sgomberare l' aula e lei si proclamava innocente, le accuse erano calunnie, guardava la gente con gli occhi neri lampeggianti di sfida. I suoi fratelli e le sue sorelle l' avevano rinnegata, soltanto la madre le rimase accanto fino in fondo. Prese dodici anni, ne fece soltanto tre tra condoni e amnistie e usci' dal carcere di Perugia nel 1950, dopo un periodo trascorso a Viterbo. Chissa' cosa le accadde in quei tre anni di detenzione. Si disse che la prese una crisi mistica, abbastanza frequente in casi del genere e sempre comoda assai. In principio, in cella, litigava furiosamente con Tamara Cerri, l' amante di Koch, la quale si tormentava e piangeva per trovarsi cosi' giovane a cosi' mali passi. Lei invece era strafottente e cinica, ma poi si converti' alla religione cattolica, divenne tutta cappellano e chiesa. Voleva addirittura farsi monaca e, una volta tornata in liberta' , fu ospitata in un convento di clarisse di Assisi, dove la sua nuova vocazione mistica era stata presa per buona. Si sa pero' che un anno piu' tardi fu cacciata, troppo in contrasto con i principi della regola, troppo poco "celeste" nonostante il suo nome. Della Pantera Nera d' un tempo era rimasta soltanto la triste fama, non certo la bellezza di quella fatale ebrea un tempo simile alle bagnanti di Ingres. Ora sembrava gonfia, ingrassata, aveva perso la delicatezza delle forme e perfino lo splendore dello sguardo. Riusci' a farsi dimenticare. Le ultime notizie di lei sono lontane e incerte. Nel 1958, tornata a Roma, viveva a Centocelle, piccola casalinga ignorata e riservata, sposata con un operaio, senza figli. Oggi, se e' ancora viva, dovrebbe avere 69 anni e qualcuno, non si sa in base a quali elementi, ha detto che si sarebbe trasferita a Milano, persa nell' anonimato della grande citta' . Lazzaro Anticoli non pote' sapere che non avrebbe dovuto morire. Nella lista di Kappler non c' era il suo nome, bensi' quello di Angelo Di Porto, fratello della Pantera Nera, arrestato lo stesso giorno; all' ultimo momento il suo posto nell' elenco venne preso da Anticoli e fu salvo. Il giovane pugile lascio' una bambina e anni fa, divenuta donna, l' ho incontrata a Roma, un' ebrea bellissima, dai lineamenti sensibili, puri. Aspettava un figlio e le lacrime le scendevano lungo le guance sentendomi parlare di suo padre: poveri erano e poveri erano rimasti. Sua madre l' aveva allevata lavorando da sguattera in una mensa. Lei conosceva la frase incisa sul muro di Regina Coeli e, tuttavia, non chiedeva vendetta, l' eredita' di quell' innocente genitore assassinato era un tesoro, mi disse, che non andava sporcato d' altro sangue.

Celeste Di Porto
Celeste Di Porto (Roma, 29 luglio 1925 – Roma, 13 marzo 1981) è stata una collaborazionista durante l'occupazione nazista di Roma, pur essendo ebrea lei stessa.
Biografia
Celeste nacque nel 1925 a Roma, nel ghetto ebraico. Descritta come una ragazza bellissima e spregiudicata, viste le umili origini fu costretta a lavorare già da adolescente, accettando lavori come domestica o commessa presso altri suoi correligionari residenti nel ghetto.
Divenne poi cameriera presso il ristorante "Il Fantino", di Piazza Giudia[1] (da cui ottenne il suo secondo soprannome, Stella di Piazza Giudia), sempre all'interno del ghetto, noto per essere luogo di frequentazione di fascisti. Qui conobbe il milite Vincenzo Antonelli, con il quale ebbe forse una relazione sentimentale, sebbene fosse già promessa sposa a un altro ebreo del ghetto (in quel periodo era ancora uso all'interno della comunità ebraica romana combinare i matrimoni).
La ragazza divenne oggetto di dibattito nel ghetto sia per questa sua relazione, sia per le asserite amicizie con esponenti del fascismo.
Collaborazione con i nazisti
Fino all'8 settembre 1943 le sue amicizie non provocarono altre conseguenze oltre ai pettegolezzi. Dopo l'armistizio, con l'occupazione di Roma da parte delle truppe tedesche, iniziarono i rastrellamenti ai danni della popolazione ebraica: su ogni ebreo consegnato dalla popolazione alla Gestapo vi era una ricompensa di 5.000 lire (quasi lo stipendio annuo di un operaio).
L'amicizia di Celeste con gli squadristi non solo la protesse, ma la fece diventare una attiva delatrice di suoi correligionari. Dopo il 16 ottobre 1943, giorno del rastrellamento del ghetto, collaborò alla cattura di numerosi ebrei, al punto di guadagnarsi il soprannome "pantera nera", essendo noto il suo mestiere di spia, nonostante la giovane età (poco più che diciottenne). Ma il caso più eclatante fu a seguito dell'Attentato di via Rasella, in cui persero la vita 33 militari tedeschi, per la cui rappresaglia la Di Porto segnalò i nascondigli di ventisei ebrei, che furono fucilati nell'eccidio delle Fosse Ardeatine. Nell'elenco dei fucilati fu inserito anche Angelo Di Porto, fratello di Celeste, che la ragazza fece risparmiare offrendo in cambio un conoscente, il pugile ebreo romano Lazzaro Anticoli, detto Bucefalo. Il giovane, arrestato dietro delazione, poco prima di finire alle Fosse Ardeatine, riuscì ad incidere sulla parete della sua cella del carcere romano di Regina Coeli un graffito in cui apertamente accusava Celeste Di Porto per la sua morte: "Sono Anticoli Lazzaro, detto Bucefalo, pugilatore. Si nun arivedo la famija mia è colpa de quella venduta de Celeste. Arivendicatemi"[2].
Celeste si preoccupò anche di proteggere le amiche di infanzia con cui ancora aveva rapporti e i propri familiari, avvisandoli per tempo delle retate dei nazisti.
Dopoguerra
Quando il 4 giugno 1944 Roma fu occupata dalle truppe anglo-americane, Celeste fuggì come molti altri collaborazionisti da Roma, dirigendosi a Napoli, dove le sue vicende non erano note. Lì, sotto il falso nome di Stella Martellini (Stella era chiamata in famiglia per la sua bellezza, Martellini era un negozio ariano vicino al ghetto romano), per sopravvivere divenne prostituta in una casa d'appuntamento frequentata sia dalle truppe d'occupazione alleate, sia da gente comune.
Proprio a causa della sua attività, incontrò due ebrei del ghetto romano che la riconobbero; intervennero le truppe alleate per salvare la ragazza dal linciaggio della folla inferocita. Viene portata in caserma ma dopo qualche giorno fu rilasciata. Celeste Di Porto si rifugiò allora in un convento di suore di clausura a Perugia; nel frattempo conobbe lungo la fuga il suo futuro marito.
Nel corso di uno dei processi per i crimini di guerra del primo dopoguerra, fu arrestata nuovamente e condannata a scontare 12 anni di carcere; il suo difensore Francesco Carnelutti affermò che il suo comportamento era dovuto all'astio che si era creato tra lei e i popolani del ghetto per come era stata trattata da ragazza, sia per la sua bellezza e il suo fare disinibito per l'epoca, sia per le sue modeste condizioni economiche, che la costrinsero a lavori molto umili.
In carcere, Celeste strinse amicizia con l'adolescente Tamara Cerri, amante di Pietro Koch; la Cerri dichiarò che Celeste si sarebbe vantata di non aver fatto del male ad alcuno, anzi, di aver salvato molti ebrei. A seguito dell'indulto approvato nel secondo dopoguerra e alla successiva amnistia, Celeste scontò 7 anni di pena. In carcere si convertì al cattolicesimo e annunciò di voler prendere i voti religiosi. Una volta uscita dal carcere si trasferì nuovamente a Roma, dove iniziò a lavorare presso una modista; dopo poco, si sposò.
Morì nel 1981.

Il mistero delle foto ritrovate
Nel 1943, Roma occupata dai nazisti, la giovane ebrea Celeste di Porto, in seguito soprannominata la "Pantera nera", diventò una collaborazionista, denunciando decine di ebrei, tra cui - pare - suo cognato e suo cugino. Alla sua controversa figura, lo scrittore modenese Giuseppe Pederiali dedicò un noto romanzo: "Stella di piazza Giudia".
Al Centro culturale F.L. Ferrari, dove ha sede la redazione di questa testata, è conservato un ricco archivio fotografico. Si tratta per lo più di foto risalenti agli anni ’80 e ’90. Lasciti di una cooperativa di fotografi, l’Ager, che conclusa la sua attività ha deciso di donare il proprio archivio. Un pomeriggio, scartabellando tra quelle immagini di una Modena di 25 anni fa, tanto diversa da quella che mi pare sia oggi (anche se il sottoscritto, all’epoca, veleggiava per altre lande), a colpirmi furono due foto finite chissà come dentro quell’archivio tutto locale. Le uniche due che, chiaramente, nulla avevano a che fare con quella imponente raccolta.  Sono due ritratti corredati, sul retro, da brevi didascalie (uno, a dire, il vero, sembra più la riproduzione di una stampa d’epoca).
Celeste, “Pantera nera”, “Stella Ria”, collaboratrice delle SS, Ghetto ebraico di Roma. Elementi sufficienti per essere subito tentato a una ricerca più approfondita su questa ragazza, Celeste, di cui non avevo mai sentito parlare. Un tempo avrei fatto parecchia fatica a ricostruire la sua storia. Avrei dovuto girare per biblioteche, cercare tra gli schedari partendo probabilmente da parole chiave molto più generiche, tipo “ghetto di Roma”, “deportazioni”, “ebrei in Italia” o “leggi razziali”. Sperando poi di aver la fortuna di incappare in qualche testo storico dotato di un buon indice dei nomi. E forse, venticinque anni fa, alla fine avrei dovuto abbandonare la ricerca.
Oggi invece, ci ho messo pochi secondi a scoprire (anche se a dirla tutta le informazioni raccolte sono spesso contraddittorie: leggenda e realtà si confondono facilmente) che “Pantera nera” è uno dei soprannomi che fu dato a Celeste Di Porto. Una giovane ebrea che nel 1943, Roma sotto il controllo nazista, diventò una collaborazionista denunciando durante il periodo d’occupazione decine di ebrei, tra cui, pare, suo cognato e suo cugino. Divenne l’incubo del Ghetto: per far riconoscere alla Gestapo e alla polizia fascista un suo correligionario, lo salutava con un cenno del capo. Il malcapitato veniva così arrestato e deportato nei lager nazisti.
All’epoca Celeste aveva appena 18 anni, abitava in via della Reginella 2, ed era considerata tra le più belle ragazze del Ghetto: alta, slanciata, capelli e occhi neri, un seno prosperoso, la bocca carnosa, uno sguardo magnetico e ricco di fascino. Quinta di otto figli, in famiglia veniva chiamata Stella, pare per la sua vistosa bellezza. Quando la mattina all’alba del 16 ottobre 1943 – il cosiddetto “sabato nero” – le SS invasero le strade del Portico d’Ottavia, porta d’ingresso al Ghetto, rastrellando 1024 persone tra cui oltre 200 bambini, i Di Porto riuscirono tutti a scampare miracolosamente alla cattura.
Ma fu proprio in seguito a quell’evento, qualcuno ipotizza a causa dello choc, che Celeste, la stupenda ragazza ebrea, comincia la sua carriera da “Pantera Nera” decidendo di passare al servizio dei tedeschi. Le voci che corsero allora, le ipotesi che sono state fatte in seguito  – chi dice che tradì il suo popolo per soldi, allora la cattura di un ebreo valeva la ricompensa da 5.000 a 50.000 lire a seconda dell’importanza del soggetto; chi per odio nei confronti dell’ambiente in cui viveva che l’aveva sempre considerata una ragazza “facile” forse in virtù della sua bellezza; chi per amore del milite fascista e cacciatore di ebrei Vincenzo Antonelli – non potranno mai avere risposta certa.
Antonelli era un agente della banda di repressione (reparti paramilitari costituitisi spontaneamente con la nascita della Repubblica Sociale Italiana) romana che prese il nome dai suoi comandanti Gino Bardi e Guglielmo Pollastrini, agli ordini di Gestapo e SS. “Massacratori all’ingrosso” li definì dopo la guerra Ferruccio Parri. Per lo più ex squadristi così violenti e crudeli che in diverse occasioni perfino gli organi istituzionali della RSI cercarono di scindere le proprie responsabilità dall’operato di queste squadracce. Celeste aveva conosciuto l’Antonelli lavorando come cameriera nel ristorante noto per essere frequentato dai fascisti “Il Fantino” di Piazza Giudìa o Giudea (qui diverse immagini del presente e del passato di quella storica piazza, oggi ridenominata “delle Cinque Scole”), da cui ottenne in seguito il suo secondo soprannome, Stella Ria. Da lì cominciò fattivamente il suo lavoro di delatrice.
La Pantera nera raggiunse il culmine della sua tragica azione nel marzo del ’44 quando, dopo l’attentato di via Rasella ad opera del GAP (Gruppi di Azione Patriottica) che provocò la morte di 33 poliziotti tedeschi, consegnò alla morte segnalandone i nascondigli 26 ebrei, trucidati alle Fosse Ardeantine nella rappresaglia voluta dal capo della Gestapo di Roma, Herbert Kappler.
Nell’elenco delle persone da fucilare fu inserito all’ultimo momento anche Lazzaro Anticoli, pugile dilettante piuttosto noto a Roma col nome di Bucefalo, che sostituì nella lista di Kappler Angelo Di Porto, fratello di Celeste. Prima di essere portato via dal carcere per essere fucilato, Anticoli riuscì ad incidere sul muro della sua cella a Regina Coeli, la numero 306, la condanna definitiva nei confronti di Celeste: “Sono Anticoli Lazzaro, detto Bucefalo, pugilatore. Si non arivedo la famija mi e’ colpa de quella venduta de Celeste Di Porto. Rivendicatemi“.
Celeste Di Porto, la “Pantera nera”, “Stella Ria”, divenne così il terrore di Roma. Una vergogna insopportabile per il padre Settimio che, distrutto, decise di presentarsi ai tedeschi di sua spontanea volontà, autodenunciandosi come ebreo. Fu spedito nei lager e morì gasato a Mauthausen. Quando Roma fu liberata, inizialmente lei rimase in città, nonostante i rischi altissimi e l’odio nei suoi confronti. Racconta la leggenda che quando la folla dei parenti delle vittime corse sotto casa sua reclamando vendetta, lei si affacciò beffarda alla finestra gridando: “Embe’ , che volete? Ci ho gia’ due alleati in camera, cercate d’ annavvene“. Un episodio che pare poco credibile anche se utile ad accrescere la fama di spietatezza della famigerata “Pantera nera”. Che comunque si trasferì velocemente a Napoli dove, pare, esercitò la professione di prostituta.
Riconosciuta, nel 1947 fu tradotta a Regina Coeli e processata per i suoi crimini. Fu condannata a 12 anni anche se, grazie ad una serie di condoni ed amnistie, ne scontò soltanto tre (secondo altre fonti, sette), nel carcere di Perugia, dal quale uscì nei primi anni Cinquanta “rinata” in seguito a una crisi mistica che la portarono a convertirsi al cattolicesimo. Fu battezzata nel convento delle clarisse di Assisi, dove fu ospite per un anno, prima di venirne cacciata, sembra perché troppo poco “celeste” nonostante il nome. Da lì in poi le notizie su Celeste Di Porto si fanno del tutto confuse. Nel 1958, dovrebbe esser tornata a Roma, a Centocelle, casalinga ignorata e riservata, sposata con un operaio, senza figli. Poi forse a Milano. Wikipedia la dà morta nel 1981, mentre il saggista Silvio Bertoldi, in un articolo sul Corriere del 1994, scriveva: “Oggi, se è ancora viva, dovrebbe avere 69 anni”.
Ancora adesso, a distanza di oltre settant’anni da quegli eventi, resta molto da scoprire e raccontare sulla vicenda della Pantera nera. Verità e leggenda sono assolutamente confuse. Anche perché non risultano rigorosi studi storici sulla sua figura. E’ noto invece il romanzo – assai documentato in realtà – che lo scrittore originario di Finale Emilia, Giuseppe Pederiali, dedicò alla sua controversa figura , “Stella di piazza Giudia” pubblicato nel 1995. Al quale risale probabilmente anche la spiegazione più semplice del piccolo mistero, quello delle foto ritrovate, infinitamente meno interessante dei tanti che ancora ammantano la figura della Pantera nera. Forse all’epoca – non lo sappiamo perché non c’eravamo – Pederiali presentò a Modena il suo romanzo. Forse qualcuno, magari l’autore stesso, tirò fuori dal cilindro queste immagini poi riprodotte da uno dei fotografi della Cooperativa Ager. Non lo sappiamo e probabilmente non lo sapremo mai.
Forse, visti i tanti buchi nella storia di Celeste, visto il continuo intrecciarsi di realtà e leggenda rispetto a quel che sappiamo di lei, vale la pena concludere questa modesta ricerca nello stesso modo in cui Pederiali chiude il libro. Un ultimo capitolo, non romanzato, dedicato alla sua personale indagine per ricostruire la storia di Celeste.
“Era l’ora della merenda, e la mia golosità, insieme alla simpatia delle due proprietarie che lavoravano immerse in una fragranza di focacce e biscotti, prolungarono la visita nel negozio, confortata da assaggi, consigli, notizie sui dolci tradizionali del Ghetto. Uscii con sotto il braccio un pacchetto tiepido, ricamato di nastrini arricciati, e con la bocca e l’animo addolciti. Sulla strada, a pochi passi da Via della Reginella, incrociai una ragazza bruna che mi guardò. Ricambiai lo sguardo e la riconobbi subito, nonostante l’avessi incontrata soltanto in fotografia. Era passata poco oltre, e quando la chiamai, Celeste!, lei si voltò e disse: Mi conosce? Io risposi di sì, senza precisare come. Con reciproca curiosità rimanemmo uno di fronte all’altra senza sapere cosa dire di più. Io cercavo parole che non apparissero come il pretesto per avvicinare una sconosciuta; e intanto il fluire del tempo (il rapido mi aspettava alle ore 20,05 del 9 gennaio 1995) fece sfumare il miracolo. Parlò lei per prima: Dunque? Le risposi: Somiglia a una Celeste che abitava qui, molto tempo fa. Una sua innamorata? No, soltanto il personaggio di un libro; vero, però. Non domandò se l’eroina era buona o cattiva. Domandò: Era bella? Molto, come lei. Grazie. Non ha mai sentito parlare della Pantera Nera? Rise divertita: Era la nonna della Pantera Rosa?, domandò, protetta dalla giovane età e dalla giovane spavalderia”.

Allora gli si accostò dicendo: «Rabbì» e lo baciò (Marco 14,45)

Sono convinto che per raccontare e scrivere certe storie sia necessario essere degli automi, non possedere alcuna qualità che possa ricollegarsi a quella più alta di umanità. Comincio così a raccontarvi questa vicenda per amor di verità, perché sto per descrivervi la storia di un tradimento, non un banale tradimento coniugale, sarebbe troppo semplice; è un tradimento che una donna ha messo in atto per vendetta, forse, per libertà, per determinazione oppure per cercare una via di fuga da un destino che altrimenti sarebbe stato irrimediabilmente segnato.
Il nome ome della protagonista è Celeste; a detta dei vicini di casa e dei suoi fratelli è una ragazza bellissima, disinvolta e disinibita. Certe qualità, nell’epoca in cui Celeste ha vissuto, probabilmente non dovevano essere molto apprezzate.
Celeste vive a Roma, in una zona molto caratteristica della città eterna, zona dell’antichissima pescheria nei pressi del Portico di Ottavia, tra le vie del Tempio e Catalana, a poche centinaia di metri dal Lungotevere De’ Cenci, là dove le rive del Tevere bagnano la suggestiva Isola Tiberina; chissà quante volte, proprio Celeste, si sarà ritrovata a passeggiare su quel Lungotevere a sognare di fuggire da quella grande e immensa città così chiusa ed opprimente che stava lentamente sparendo.
Celeste è ebrea. Una bellissima ragazza ebrea. Per aiutare la sua famiglia a sbarcare il lunario, comincia sin da piccola a lavorare, accettando i lavori più umili: donna di servizio nelle famiglie più facoltose del suo quartiere, aiutante nella sartoria della Sora Gina; certamente il lavoro che le stravolgerà la vita è quello di cameriera nella trattoria di Piazza Giudìa, Il Fantino.
La bellezza, come è noto, è un’arma a doppio taglio, per se stessi e per colori i quali circondano chi questa qualità possiede. Proprio la bellezza di Celeste, così luminosa, le varrà il nomignolo di Stella; una stella rimane comunque una palla di fuoco, e si sa che dal fuoco è meglio starne alla larga, perché prima o poi finirà per causare del male, per procurare dolore.
Al Fantino celeste incontra Vincenzo, un giovane scellerato di professione, con il quale comincerà una relazione amorosa. Vincenzo non era come i tanti che Celeste vedeva nella trattoria e nel suo quartiere, Vincenzo era diverso. Non era ebreo. Vincenzo, al contrario, agli ebrei dava la caccia; già, perché era il capo di una delle bande al soldo delle milizie tedesche che spadroneggiavano in città.
Nella Roma nazista degli inizi degli anni Quaranta l’attentato ad un battaglione delle SS non poteva e non doveva passare inosservato. Doveva essere punito. L’ordigno esploso in via Rasella, alle spalle di via del Quirinale, il 23 marzo 1943 pesava diciotto chilogrammi; diciotto chilogrammi di rancore, vendetta e liberazione che dovevano essere puniti. Così Kappler, a capo delle SS d’istanza a Roma, ordinò la cattura di tutti gli ebrei della capitale. I canari pronti a servire, tra cui Erich Priebke, sguinzagliarono i propri cagnacci per le vie della città. Tra quei cagnacci c’era anche Vincenzo. Per lui fu certamente facile convincere Celeste, facendo leva sui piani più fragili del suo duttile animo, la libertà dalla tradizione, dalla famiglia e dalla propria religione.
Così la Pantera Nera, un altro soprannome di Celeste, agisce; il piano tanto semplice quanto spregevole: Vincenzo e i suoi sgherri seguivano da lontano Celeste in una delle sue solite passeggiate. Campo de’ Fiori era il loro terreno di caccia prediletto, chiunque salutasse o ricevesse il saluto caloroso della Pantera Nera era ebreo, quindi colpevole, dunque andava punito. La spietatezza di Celeste passò il limite quando riuscì a fare deportare suo cugino e suo cognato.
Kappler aveva già redatto una lista di trecentotrenta persone, trecentotrenta ebrei, ma non erano abbastanza, ne servivano almeno altri cinquanta. Decise così di convocare il questore di Roma, Caruso, che fu in grado di procurargliene “a malapena” una decina. Ma non erano abbastanza. La soluzione più ovvia fu presto presa, contattare la Pantera Nera. Celeste servì su un piatto d’argento ventisei suoi correligionari, ventisei suoi conoscenti e persino amici.
I prigionieri vennero portati presso le Fosse Ardeatine, dove a cinque a cinque, in una algida processione durata tutta la notte, vennero uccisi con un colpo alla nuca nel buio della cava.
Sui muri della cella numero 306 del terzo raggio di Regina Coeli si legge, scritto con un chiodo: “Sono Anticoli Lazzaro, detto Bucefalo, pugilatore. Si non arivedo la famija mi è colpa de quella venduta de Celeste Di Porto. Rivendicatemi”.
Celeste vendette ventisei suoi correligionari per 5mila lire “a capo”, come dirà lei stessa.
Quando i nazisti lasciarono la città, le truppe alleate erano ormai vicine; Celeste, presa dalla paura e dall’ansia, fugge da Roma per andare in un luogo in cui nessuno la potesse conoscere, un luogo in cui nessuno sapesse la sua storia. Trova rifugio a Napoli, dove sotto il falso nome di Stella Martinelli comincia a lavorare in una delle case del piacere della città. Il passato non si cancella con un colpo di gomma, non si può dimenticare. Così accadde che in una giornata di lavoro come tante altre, nell’Italia sommersa dalle macerie della guerra, due ebrei romani del ghetto giunti a Napoli videro e riconobbero Celeste, presto la denunciarono e la donna fu per questo incarcerata a Regina Coeli, dove fu interrogata e giudicata colpevole. Celeste non è più la ragazzina sognante una nuova vita che passeggia sul Lungotevere, è una donna indurita e robustamente menefreghista. Una volta scontata la pena esce dal carcere, e di lei si perde ogni traccia. Persa, come quelle vite perse, consegnate al migliore offerente.
Lazzaro Anticoli, probabilmente, non seppe mai che nella lista di Kappler non c’era il suo nome, bensì quello di Angelo Di Porto, fratello di Celeste, sostituito all’ultimo istante con il suo; forse un ultimo rigurgito di appartenenza di Celeste che, una vita per una vita, salvò il fratello.

CELESTE DI PORTO In RAI STORIA
http://www.raistoria.rai.it/articoli/celeste-di-porto/34897/default.aspx
CELESTE DI PORTO - IL TEMPO E LA STORIA
GIOVANNI MINOLI AUDIO
http://www.radio24.ilsole24ore.com/programma/mix24-storia/delatori-spie-ottobre-1943-102922-gSLArIUhDB

---------------------------------------------------------------------------

LA STELLA DI PIAZZA GIUDIA / CELESTE DI PORTO : PANTERA NERA NAZISTA

LE TERRORISTE ROSSE : PROCESSATE,ASSASSINE,VITTIME,COLPEVOLI,INNOCENTI,PENTITE,IRRIDUCIBILI,AMMAZZATE,IMPRIGIONATE,INGABBIATE,STRANIERE....FOTOGRAFATE
VIOLENCE : IL PEGGIO DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE
IL CASO LUDWIG Di Valerio Evangelisti
ESTREMA DESTRA 1976 : IO,RAGAZZA DI SAN BABILA Di Massimo Fini
LE BOMBE E I CODICI : IPOTESI EMME / LA REPUBBLICA DEGLI ERMELLINI Di Giorgio Galli,Massimo Caprara e Alberto Dall'Ora
ANNI DI PIOMBO : CALENDARIO DI UN ASSEDIO / ASSASSINI,BOMBE,MORTI E VITTIME ANNO PER ANNO - ITALIA 1969/2003 1a PARTE
100% ISRAELI GIRLS : FEMMINILITA' IN TRINCEA E IN SPIAGGIA
MONACO 1972 : IL GIORNO DEGLI SCIACALLI
DA TUTTO IL MONDO LE FEMEN CONTRO PUTIN!
VIOLENZE SULLE DONNE : E IL POTERE ORDINO' DI PICCHIARE LE FEMEN !!! 
http://mondopopolare.blogspot.it/2013/06/violenze-sulle-donne-e-il-potere-ordino.html
FREE AMINA From FEMEN
http://mondopopolare.blogspot.it/2013/06/free-amina-from-femen.html
...E ADESSO NON ROMPETE TROPPO IL CAZZO E LIBERATE SUBITO LE PUSSY RIOT!!!!
TANJA NIJMEIJER LA GUERRIGLIERA OLANDESE Di Rocco Cotroneo
IL CORAGGIOSO ROMANZO DI GERDA TARO
VIETNAM 1972 : LA BAMBINA IN FIAMME KIM PHUC E IL FOTOGRAFO NICK UT Di Mattia Pagnini
NON ERAVAMO ANGELI : LE VIOLENZE DEI GI
MALAPELLE : DAL FILM LA PELLE DI LILIANA CAVANI Di Gideon Bachman e Deborah Beer 
http://helaberarda.blogspot.it/2012/09/malapelle-dal-film-la-pelle-di-liliana.html
QUESTURA DI PARIGI : LE IMMAGINI SALVATE DALLA DISTRUZIONE
http://helaberarda.blogspot.it/2012/11/questura-di-parigi-le-immagini-salvate.html
LA GUERRA SEGRETA DELLA GRAN BRETAGNA IN ANTARTIDE 
Di James Robert
http://helaberarda.blogspot.it/2012/04/la-guerra-segreta-della-gran-bretagna.html
LENI RIEFENSTAHL : DA HITLER ALL'AFRICA IN 100 ANNI
ANNIVERSARIO DELLA RIVOLUZIONE UNGHERESE 1956/2016 : LA LEGGENDARIA ERIKA SZELES UNA DELLE MARTIRI COMBATTENTI DI BUDAPEST
COME MUSSOLINI FECE SPARIRE MOGLIE E FIGLIO

------------------------------------------------------------------------------

LIVE IN ITALY
CROSBY STILLS NASH & YOUNG ITALY
EARLY SANTANA ITALY
MONDO POPOLARE 2
HELABERARDA
MONDO POPOLARE
foto DANILO JANS
DANILO JANS ART
MUSIC ITALY 70
PONT SAINT MARTIN ALTERNATIVA
THE LOST CONCERTS
ROCK RARE COLLECTION FETISH

Nessun commento:

Posta un commento