mercoledì 2 agosto 2017

SPECIALI Di CRONACA NERA / 1 : 1975 IL MASSACRO DEL CIRCEO


Il massacro del Circeo è un fatto di cronaca nera avvenuto sul litorale pontino, nella zona del Circeo, tra il 29 e il 30 settembre 1975.
Donatella Colasanti (1958-2005) di 17 anni e Rosaria Lopez (1956-1975) di 19 anni, due amiche residenti nella capitale, furono invitate a una festa da Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira a Villa Moresca, di proprietà della famiglia di quest'ultimo e ubicata sul promontorio del Circeo, in zona Punta Rossa, nel comune di San Felice Circeo in via della Vasca Moresca a cento chilometri a sud di Roma e a 40 da Latina.

Il passato dei tre
Andrea Ghira, 22 anni, figlio del noto e stimato imprenditore edile ed ex campione olimpico Aldo Ghira, grande ammiratore del capo del Clan dei marsigliesi, Jacques Berenguer, nel 1973 fu condannato per una rapina a mano armata compiuta insieme a Angelo Izzo e per questo scontò venti mesi nel carcere di Rebibbia. Izzo, 20 anni, studente di medicina, nel 1974 insieme a un paio di amici aveva violentato due ragazzine ed era perciò stato condannato a soli due anni e mezzo di reclusione, che comunque non scontò nemmeno in parte, essendogli stata concessa la sospensione condizionale della pena. Giovanni "Gianni" Guido, diciannovenne, studente di architettura, anch'egli proveniente da un ambiente agiato, era l'unico incensurato dei tre.

Il racconto di Donatella Colasanti
Tutto è cominciato una settimana fa, con l'incontro con un ragazzo all'uscita del cinema che diceva di chiamarsi Carlo, lo scambio dei numeri di telefono e la promessa di vederci all'indomani insieme ad altri amici. Con Carlo così, vengono Angelo e Gianni, chiacchieriamo un po', poi si decide di fare qualcosa all'indomani, io dico che non avrei potuto, allora si fissa per lunedì. L'appuntamento è per le quattro del pomeriggio. Arrivano solo Angelo e Gianni, Carlo, dicono, aveva una festa alla sua villa di Lavinio, se avessimo voluto raggiungerlo… ma a Lavinio non arrivammo mai. I due a un certo punto si fermano a un bar per telefonare a Carlo, così dicono; quando Gianni ritorna in macchina dice che l'amico avrebbe gradito la nostra visita e che andassimo pure in villa che lui stava al mare. La villa era al Circeo e quel Carlo non arrivò mai. I due si svelano subito e ci chiedono di fare l'amore, rifiutiamo, insistono e ci promettono un milione ciascuna, rifiutiamo di nuovo. A questo punto Gianni tira fuori una pistola e dice: "Siamo della banda dei Marsigliesi, quindi vi conviene obbedire, quando arriverà Jacques Berenguer non avrete scampo, lui è un duro, è quello che ha rapito il gioielliere Bulgari". Capiamo che era una trappola e scoppiamo a piangere. I due ci chiudono in bagno, aspettavano Jacques. La mattina dopo Angelo apre la porta del bagno e si accorge che il lavandino è rotto, si infuria come un pazzo e ci ammazza di botte, e ci separano: io in un bagno, Rosaria in un altro. Comincia l'inferno. Verso sera arriva Jacques. Jacques in realtà era Andrea Ghira, dice che ci porterà a Roma ma poi ci hanno addormentate. Ci fanno tre punture ciascuna, ma io e Rosaria siamo più sveglie di prima e allora passano ad altri sistemi. Prendono Rosaria e la portano in un'altra stanza per cloroformizzarla dicono, la sento piangere e urlare, poi silenzio all'improvviso. Devono averla uccisa in quel momento. Mi picchiano in testa col calcio della pistola, sono mezza stordita, e allora mi legano un laccio al collo e mi trascinano per tutta casa per strozzarmi, svengo per un po', e quando mi sveglio sento uno che mi tiene al petto con un piede e sento che dice: "Questa non vuole proprio morire", e giù a colpirmi in testa con una spranga di ferro. Ho capito che avevo una sola via di uscita, fingermi morta, e l'ho fatto. Mi hanno messa nel portabagagli della macchina, Rosaria non c'era ancora, ma quando l'hanno portata ho sentito chiudere il cofano e uno che diceva: "Guarda come dormono bene queste due".

Rosaria Lopez (19 anni, barista) e Donatella Colasanti (17 anni, studentessa), residenti nel popolare quartiere romano della Montagnola, provenivano da famiglie modeste ed erano da tutti descritte come due ragazze assolutamente normali, tranquille e serene, appassionate di fotoromanzi all'epoca popolari tra le adolescenti. L'incontro con Guido e Izzo avvenne pochi giorni prima tramite un amico dei due - risultato poi estraneo al massacro - incontrato all'uscita da un cinema, cui seguì l'invito a trascorrere un pomeriggio con amici (rivelatisi poi Izzo e Guido) al bar del famoso Fungo all'EUR. Qui i tre giovani erano stati accolti con simpatia dalla Colasanti e dalla Lopez, dato il loro habitus garbato e il comportamento irreprensibile.
In seguito a questo primo appuntamento, innocuo e gradevole, Izzo e Guido avevano proposto a Donatella, Rosaria e a un'altra amica, che all'ultimo non si unì alla comitiva, di incontrarsi di lì a qualche giorno per "una festa a casa di un amico" a Lavinio, frazione di Anzio. Una volta giunte a destinazione intorno alle sei e venti di sera, i giovani incominciarono a chiacchierare e ad ascoltare musica, poi, all'improvviso, tutto si trasformò in un incubo, come dalle parole della Colasanti:
« Verso le sei e venti, ci trovavamo tutti e quattro nel giardino della villa quando, improvvisamente, uno di loro tirò fuori la pistola. Cominciarono a dirci che appartenevano alla banda dei Marsigliesi e che Jacques, il loro capo, aveva dato l'ordine di prenderci in quanto voleva due ragazze. »
Per più di un giorno e una notte le due ragazze furono violentate, seviziate e massacrate. I tre esternarono un odio sia misogino sia di censo, con tanto di recriminazioni ideologiche contro le donne e il ceto meno abbiente, a due ragazze semplici, mai interessatesi di politica. Guido ritornava a Roma per non mancare la cena con i propri familiari per poi ripartire per il Circeo e riunirsi ai suoi amici aguzzini. Entrambe vennero drogate. Rosaria Lopez fu portata nel bagno di sopra della villa, picchiata e uccisa annegata nella vasca da bagno.
Dopo i tre tentarono di strangolare con una cintura la Colasanti e la colpirono selvaggiamente. In un momento di disattenzione dei due aguzzini, Donatella riuscì a raggiungere un telefono e cercò di chiedere aiuto, ma fu scoperta e, colpita con una spranga di ferro e crollata a terra, si finse morta, ingannando gli aguzzini. Credendole entrambe morte i tre le rinchiusero nel bagagliaio di una Fiat 127 bianca intestata al padre di Gianni Guido, Raffaele. La Colasanti riferì che, durante il viaggio di ritorno, i ragazzi ridevano allegramente e ascoltavano musica, ripetendo "Zitti che a bordo ci sono due morte" e "Come dormono bene queste". Dopo esser arrivati vicino a casa di Guido decisero di andare a cenare in un ristorante (e in quella sede vennero alle mani con un paio di giovani militanti comunisti incrociati per caso). Lasciarono la Fiat 127 con le due ragazze che credevano morte in via Pola, nel quartiere "Trieste", probabilmente intenzionati a disfarsi dei cadaveri più tardi.

Donatella Colasanti, sopravvissuta per miracolo e in preda a choc, approfittò dell'assenza dei ragazzi per richiamare l'attenzione gridando e venendo udita da un metronotte, in servizio, alle ore 22:50. Subito dopo la volante Cigno dei Carabinieri fece partire un messaggio-radio cifrato: "Cigno, cigno... c'è un gatto che miagola dentro una 127 in viale Pola...".

Ritrovamento e salvataggio di Donatella Colasanti
A intercettarlo fu anche un fotoreporter, che pertanto riuscì a essere presente all'apertura del bagagliaio, alle ore 23:00, dando con le sue foto un volto alla morta e mostrando al pubblico l'aspetto straziato della Colasanti. Izzo e Guido furono arrestati entro poche ore (è nota una foto d'archivio in cui Izzo esibisce spavaldamente le manette ai polsi, sorridendo), mentre Ghira, grazie a una soffiata, non sarà mai catturato, anche se il mattino dopo i Carabinieri scoprirono la madre e il fratello del giovane nei pressi dell'abitazione del Circeo, sospettando che Andrea li avesse avvertiti e avesse chiesto aiuto per far sparire eventuali tracce. Alcuni mesi dopo Ghira scrisse agli amici Izzo e Guido in carcere, assicurando loro che sarebbero usciti presto "per buona condotta" e minacciando di uccidere la Colasanti, perché non testimoniasse contro di loro. La Colasanti fu ricoverata in ospedale con ferite gravi e frattura del naso, guaribili in più di trenta giorni, e gravissimi danni psicologici da cui non si riprese mai completamente.

Lo strascico giudiziario
Grande apporto alle indagini fu dato dai Carabinieri, comandati dal Maresciallo Gesualdo Simonetti, che seppero ben ricostruire, anche grazie alle deposizioni della Colasanti, la dinamica del massacro. La giovane Donatella, costituitasi poi parte civile contro i suoi carnefici, venne rappresentata dall'avvocato Tina Lagostena Bassi nel processo. Diverse associazioni femministe si costituirono parte civile e presenziarono al processo.
Il 29 luglio 1976 arrivò la sentenza in primo grado, ergastolo per Gianni Guido e Angelo Izzo, ergastolo in contumacia per Andrea Ghira. I giudici non concessero alcuna attenuante. Ghira fuggì in Spagna e si arruolò nel Tercio (Legione spagnola, da cui venne espulso per abuso di stupefacenti nel 1994) con il falso nome di Massimo Testa de Andres. Ghira sarebbe morto di overdose nel 1994 e sarebbe stato sepolto nel cimitero di Melilla, enclave spagnola in Africa, sotto falso nome.
Nel dicembre 2005 il suo cadavere fu ufficialmente identificato mediante esame del DNA. I familiari delle vittime hanno tuttavia contestato le conclusioni della perizia, sostenendo che le ossa sarebbero quelle di un parente di Ghira. Una foto scattata dai carabinieri a Roma nel 1995, che ritrae un uomo camminare in una zona periferica della città, fu analizzata al computer e sembrò corrispondere ad Andrea Ghira. Nel corso degli anni presunti suoi avvistamenti sono stati segnalati in Brasile, Kenya, Sudafrica e nel popolare quartiere romano di Tor Pignattara.
Nella loro cella nel carcere di Latina, Izzo e Guido avevano appeso un grosso striscione formato stadio, ove campeggiava la scritta "Corso Trieste 1972 - La Vecchia Guardia". Nel gennaio 1977 presero in ostaggio una guardia carceraria e tentarono di evadere dal carcere, senza successo. La sentenza viene modificata in appello il 28 ottobre 1980 per Gianni Guido. La condanna gli viene ridotta a trenta anni, dopo la dichiarazione di pentimento e la accettazione da parte della famiglia della ragazza uccisa di un risarcimento.
Gianni Guido riuscì in seguito ad evadere dal carcere di San Gimignano nel gennaio del 1981. Fuggì a Buenos Aires dove però venne riconosciuto ed arrestato, poco più di due anni dopo. In attesa dell'estradizione, nell'aprile del 1985 riuscì ancora a fuggire, ma nel giugno del 1994, fu di nuovo catturato a Panama, dove si era rifatto una vita come commerciante di autovetture, ed estradato in Italia.

La semilibertà a Izzo e il nuovo duplice omicidio
Nel novembre del 2004, nonostante la condanna pendente, i giudici del tribunale di sorveglianza di Palermo decisero di concedere a Izzo la semilibertà. Il criminale cominciò a beneficiarne a partire dal 27 dicembre e ne approfittò presto per fare nuove vittime, Maria Carmela Linciano (49 anni) e Valentina Maiorano (14 anni), rispettivamente moglie e figlia di Giovanni Maiorano, un pentito della Sacra Corona Unita che Izzo conobbe in carcere a Campobasso. Il 28 aprile 2005 le due donne vennero legate e soffocate (è stato accertato, dopo vari esami autoptici, che la ragazza non subì violenza sessuale) e infine sepolte nel cortile di una villetta a Mirabello Sannitico in provincia di Campobasso, nella disponibilità della famiglia di Guido Palladino, segretario della associazione "Città futura". Questo nuovo fatto di sangue scatenò in Italia roventi polemiche sulla giustizia. Il 12 gennaio 2007 Izzo è stato condannato all'ergastolo per duplice omicidio premeditato, condanna confermata anche in appello.

La morte della Colasanti
Donatella Colasanti è morta all'età di 47 anni, il 30 dicembre 2005 a Roma per un tumore al seno, ancora duramente sconvolta per la violenza subita 30 anni prima. Avrebbe voluto assistere al nuovo processo contro Izzo. Le sue ultime parole furono "Battiamoci per la verità".

La libertà a Gianni Guido
L'11 aprile 2008 Gianni Guido, il terzo assassino, è stato affidato ai servizi sociali dopo 14 anni passati nel carcere di Rebibbia. Ha finito di scontare definitivamente la pena il 25 agosto 2009, fruendo di uno sconto di pena grazie all'indulto: in pratica, a fronte di una condanna a trent'anni, ha scontato poco meno di 22 anni in carcere, essendo fuggito più volte dal carcere e avendo trascorso 11 anni di latitanza all'estero. Così ha commentato Letizia Lopez, sorella di Rosaria: Il signor Guido non ha affatto scontato la sua pena; è andato in Argentina, è scappato all'estero, ha fatto gran parte della condanna ai servizi sociali, ha usufruito di permessi. Ma insomma mi chiedo con quale coraggio una persona così con quello che ha fatto, e senza mostrare pentimento, ora gira libero per Roma.

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Angelo Izzo

Angelo Izzo (Roma, 28 agosto 1955) è un criminale italiano. È noto soprattutto per essere stato uno dei tre autori (insieme a Gianni Guido e Andrea Ghira) del cosiddetto "massacro del Circeo". Durante la sua vita in carcere si è dedicato all'attività di scrittore.

Biografia
Anni giovanili
Angelo Izzo nasce a Roma il 28 agosto 1955, primo di quattro figli.
Il padre è un costruttore e la madre resta in casa a occuparsi della famiglia nonostante abbia una laurea in lettere. Sin dai primi anni della sua adolescenza, Izzo conduce una vita agiata: infatti la sua famiglia abita al Trieste-Salario, quartiere della medio-alta borghesia romana, confinante con i Parioli, e viene iscritto alla scuola dei “figli di papà” della Roma che conta, il San Leone Magno. Gli anni scolastici sono contrassegnati da poco studio poiché egli preferisce dedicarsi all'attività sportiva (equitazione, vela e sci nautico), mettendo in mostra precocemente una passione forte per gli sport di contatto, le arti marziali e il rugby. Ben presto, incomincia a nascere in lui anche la passione per la politica, e a 13 anni, Izzo entra a far parte della Giovane Italia, un'associazione studentesca dell'allora Movimento Sociale Italiano.
Alla fine del 1969, Izzo viene espulso dal gruppo insieme ad Andrea Ghira, accusato di usare il cortile interno della sezione missina Trieste-Salario per nascondere ciclomotori rubati. Da quel momento, Izzo continua a partecipare sporadicamente ad alcune riunioni dell'estrema destra romana, sostenendo di essere un “militante”.
La vita di Angelo Izzo è contrassegnata già nei primi anni della sua vita da uno stile estremo. Prima del massacro del Circeo, Izzo aveva infatti già violentato altre due donne (ricevendo una condanna molto blanda a due anni e mezzo con la condizionale) e il sesso violento era la cosa che lo interessava più di tutte. Iscritto alla facoltà di Medicina, frequentava le lezioni solo saltuariamente e, allo studio, preferiva frequentare bar e partecipare a festini organizzati in case di altri giovani “pariolini” di destra nei quali erano mescolati ideologia politica, droga e divertimento che, spesso, significava proprio violenza sulle donne. 

Il massacro del Circeo
Il 29 settembre 1975, Izzo, Guido e Ghira si incontrarono alle 16 con Donatella Colasanti e Rosaria Lopez, due ragazze (di 17 e 19 anni rispettivamente) conosciute qualche giorno prima tramite un amico comune (risultato poi estraneo ai fatti). Le due ragazze furono invitate al Circeo, nella villa di Ghira nella nota località "Punta Rossa". Una volta a destinazione, le due ragazze furono violentate, drogate, seviziate e massacrate per un totale di 35 ore. La Lopez fu infine portata nel bagno del primo piano della villa, dove fu picchiata e annegata nella vasca da bagno, mentre la Colasanti fu quasi strangolata con una cintura e picchiata selvaggiamente.
Le due vittime (credute morte entrambe dai tre aggressori) furono poi nascoste nel bagagliaio dell'auto del padre di Guido. I tre parcheggiarono in via Pola e si recarono a cenare. I lamenti della Colasanti, sopravvissuta alle violenze, attirarono l'attenzione di un metronotte, che diede l'allarme. Izzo e Guido furono arrestati entro poche ore, mentre Ghira si diede alla latitanza.
Il 29 luglio 1976, tutti e tre furono condannati in primo grado all'ergastolo. La condanna fu confermata anche nei successivi gradi di giudizio per Izzo, mentre a Guido e Ghira, condannato in contumacia, furono riconosciute le attenuanti generiche in appello, riducendo così la pena a 30 anni di carcere.

Il carcere, le collaborazioni, le evasioni
Durante il suo periodo di detenzione, Izzo manifestò più volte interesse a collaborare con la magistratura fornendo, grazie a presunte confidenze ricevute da altri carcerati di estrema destra, proprie versioni sulle stragi di piazza Fontana, di Bologna e di piazza della Loggia, sugli omicidi di Mino Pecorelli, Fausto e Iaio e Piersanti Mattarella, sulla morte di Giorgiana Masi e su molti altri episodi di terrorismo e di mafia. Tutte le sue deposizioni si rivelarono però infondate: si scoprì che fu lui a imbeccare un altro falso pentito riguardo l'omicidio Mattarella, addossando la colpa al deputato DC Salvo Lima; successivamente accusò Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini sempre dell'omicidio Mattarella e Andrea Ghira di aver sparato alla Masi, sempre infondatamente; infine si autoaccusò dell'omicidio di Amilcare Di Benedetto, ucciso quattro mesi prima del massacro del Circeo, il cui corpo però non è mai stato ritrovato.
Izzo provò anche varie volte a evadere. Nel gennaio 1977 tentò di evadere dal carcere di Latina assieme a Guido, prendendo in ostaggio il maresciallo delle guardie carcerarie, ma il tentativo non riuscì. Nel gennaio 1986 gli venne attribuito un tentativo di evasione dal supercarcere di Paliano. Il 25 agosto 1993, approfittando di un permesso premio, si allontanò dal carcere di Alessandria e riuscì a espatriare in Francia. Venne poi catturato a Parigi a metà settembre ed estradato in Italia.

Il rilascio in semilibertà e il "massacro di Ferrazzano"
Nel dicembre 2004, ottenne la semilibertà dal carcere di Campobasso, su disposizione dei giudici di Palermo, per andare a lavorare nella cooperativa "Città futura".[4] Il 28 aprile 2005, Izzo uccise Maria Carmela e Valentina Maiorano, all'epoca sotto protezione a Ferrazzano (in provincia di Campobasso) e rispettivamente moglie e figlia di Giovanni Maiorano, ex affiliato (poi pentito) della Sacra corona unita che Izzo conobbe in carcere. Il delitto fu rivelato il 30 aprile da Guido Palladino e Luca Palaia, inizialmente arrestati per traffico illecito di armi. La concessione della semilibertà, fortemente criticata dopo l'omicidio, fu causa di una polemica tra i Tribunali di Sorveglianza di Campobasso e di Palermo, i quali si attribuirono a vicenda parte della paternità di tale decisione.
Palladino patteggiò tre anni e due mesi di reclusione per concorso in occultamento di cadavere,mentre Palaia fu condannato a 24 anni per concorso in omicidio, occultamento e tentativo di distruzione dei cadaveri, aumentati a 30 in appello e confermati in Cassazione. Izzo, infine, fu condannato nuovamente all'ergastolo,con sentenza confermata nei due successivi gradi di giudizio.

Il matrimonio con Donatella Papi
Nel novembre 2009, la giornalista Donatella Papi dichiarò di volerlo sposare e di lottare perché si riaprissero entrambi i processi che lo hanno portato all'ergastolo, scatenando nuove polemiche. I due si sposarono il 10 marzo 2010 nel carcere di Velletri. La relazione sembrò essere già terminata dopo circa un anno: la giornalista disse che Izzo le aveva confidato di essere responsabile "di altri fatti gravissimi per la nostra Repubblica", aggiungendo che, pur rimanendo dell'idea che non fosse responsabile dei delitti per cui fu condannato, "io mi fermo qui, perché non mi voglio fare complice di cose che non condivido". Tuttavia, in occasione dell'assoluzione nel processo per diffamazione delle due vittime di Ferrazzano, la Papi dichiarò che la crisi fra i due era rientrata.

Le ultime vicende giudiziarie
Izzo fu inoltre rinviato a giudizio per altri due fatti legati al "massacro di Ferrazzano". Il primo processo si basò su una denuncia per diffamazione presentata da Giovanni Maiorano, con il quale Izzo affermò – durante un interrogatorio – di aver avuto rapporti sessuali. Izzo fu condannato in primo grado al pagamento di 2.300 euro,ma il 29 settembre 2011 fu assolto "perché il fatto non costituisce reato".
Il secondo processo riguardava delle presunte false attestazioni, relative al rapporto di lavoro che consentì a Izzo di uscire dal carcere in regime di semilibertà:Il processo di primo grado si concluse con una condanna a un anno e sei mesi di reclusione, ma fu completamente assolto in appello, assieme all'allora direttore della cooperativa Dario Saccomani (anche lui condannato in primo grado a un anno di carcere).
Il 21 febbraio 2013, il tribunale di Campobasso impose a Izzo l'isolamento diurno per tre anni, in seguito al cumulo dei due ergastoli che sta ancora scontando.

L'attività di scrittore
Izzo ha sempre mantenuto una vocazione per la scrittura, resa nota dopo il secondo arresto nel 2005, Izzo ha dichiarato di aver scritto in carcere già dal 1975.
Nel giugno 2005 viene resa pubblica da un operatore culturale del carcere di Campobasso, l'esistenza di un manoscritto di Angelo Izzo, The Mob, 400 pagine suddivise in 21 capitoli; descrizione della follia di un pugno di giovani pariolini che sovverte la capitale. I capitoli suddividono diverse esperienze del giro di viale Pola e corso Trieste: dall'eroina alle prime esperienze omosessuali, dallo stupro alla rapina a mano armata, fino all'omicidio
Nell'estate 2015 lo stesso operatore riferisce di una raccolta di novelle dal titolo Decamerone 1975: un gruppo di giovani neofascisti di provenienza nazionalpopolare, che per dieci giorni si trattengono fuori Roma (in una villa privata a San Felice Circeo) per sfuggire al terrorismo rosso che in quel periodo imperversava nella città e alla mancanza temporanea di stupefacenti di qualità, e che a turno si raccontano delle novelle di taglio spesso umoristico e con frequenti richiami all'erotismo bucolico del tempo.
Il romanzo The Mob, anche a causa di capitoli riguardanti stragi e complotti della prima repubblica ancora irrisolti o nell'ombra dei segreti di stato, non è mai stato pubblicato. La rivista Panorama pubblicò alcuni capitoli del manoscritto in uno speciale dal titolo Stupro e torturo. Io, Angelo Izzo, vivo così.

SPECIALI Di CRONACA NERA / 1 : 1975 IL MASSACRO DEL CIRCEO

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1945 : LA MORTE DI ACHILLE STARACE
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LE BOMBE E I CODICI : IPOTESI EMME / LA REPUBBLICA DEGLI ERMELLINI Di Giorgio Galli,Massimo Caprara e Alberto Dall'Ora
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UCCISE E ARCHIVIATE
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NON VOGLIO,NON SO ANDARE A MORIRE! - IL TESTAMENTO DI LUIGI TENCO
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